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Addio a Umberto Bossi: le 5 tappe della rivoluzione con cui ha demolito la Prima Repubblica

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Il Gran ciambellano Bruno Vespa quel giorno di primavera del 1996 è particolarmente eccitato; dopo trattative di settimane è riuscito a mettere insieme Ciriaco De Mita e Umberto Bossi per un faccia a faccia a Porta a porta. L’intellettuale della Magna Grecia (così Gianni Agnelli aveva soprannominato Ciriaco per il suo vaporoso nulla) attacca un pontificale senza fine spaziando a volo d’uccello sui problemi del Paese con improbabili e polverose ricette per risolverli. Quando la parola passa al Visigoto, tutto lo studio ha la palpebra reclinante. Lui sta qualche secondo assorto, poi si rivolge al gran visir di Nusco e dice: «Ma tàches al tram». In quel preciso istante, mentre milioni di italiani esplodono idealmente in un boato di approvazione da stadio, finisce la Prima repubblica.

Con quel motto da osteria di porta Cicca, il leader della Lega manda in pensione un mondo. Un rivoluzionario. È il primo a capire che oltre all’annosa questione meridionale, negli anni Ottanta del benessere comincia a svilupparsi una questione un po’ più ostica perché riguarda il forziere d’Italia: quella settentrionale. Tartassati dallo Stato, schiavi d’una burocrazia borbonica, abbandonati dal Pci – e in generale dai partiti di sinistra che non hanno capito nulla del

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