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Addio a Cirino Pomicino, «’o ministro» della Dc e l’ultimo degli andreottiani

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di Tommaso Labate

Il primo infarto nel ‘79, il trapianto e l’infinito braccio di ferro con la morte

«E come vuoi che sia andata a finire, amico mio? Che poi non sono morto, come sempre», scandiva abbandonandosi al ghigno che da bonario si faceva quasi malefico tutte le volte che raccontava di quel pomeriggio, alla fine degli anni Novanta, in cui s’era convinto di essere arrivato per davvero al capolinea. Steso su un lettino del Policlinico Gemelli con un infarto ancora in corso e sicuro di avere fiato giusto per un’ultima frase, tra mille modi di congedarsi dal mondo aveva scelto di sussurrare all’orecchio della figlia «telefona subito a Di Pietro!», perché con l’ex pm che l’aveva indagato «di sotto e di sopra» erano rimasti d’accordo che «la mia orazione funebre l’avrebbe tenuta lui». Di Pietro s’era presentato al capezzale quasi piangendo ma poi era finita per l’appunto «come sempre, che poi non sono morto».

A quasi trent’anni da quel giorno, e dopo un’infinita partita a scacchi che l’ha visto vincere con la morte infinite volte, Paolo Cirino Pomicino se n’è andato per davvero a 86 anni. Con lui scompare l’ultimo sopravvissuto della corrente di Giulio Andreotti;

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