
di Paolo Mereghetti
Il bel film di Leyla Bouzid esplora la forza che ci vuole per essere noi stessi, e i sacrifici legati ai condizionamenti familiari
L’omosessualità in Tunisia (perseguita quella maschile, ignorata quella femminile perché impossibile anche solo da immaginare) è al centro di À voix basse (A voce bassa), il bel film di Leyla Bouzid in concorso alla Berlinale.
Lo spunto è il ritorno a Susa, da Parigi dove vive, di Lilia (Eya Bouteraa), per il funerale di uno zio: ci vuole poco a capire che lo zio era omosessuale e che forse la sua morte vi ha un qualche legame, anche se le sorelle — tra cui sua mamma (Hiam Abbass) — cercano di negare ogni allusione.
Il fatto è che anche Lilia è omosessuale ed è venuta con la sua compagna Alice (Marion Barbeau), lasciata per prudenza in un albergo fino a quando la verità viene a galla e la figlia dovrà spiegare la sua vita e le sue scelte a una madre che non ne vuole sapere.
Continuando il discorso sulla difficile accettazione da parte della cultura araba di una sessualità senza infingimenti (il precedente Una storia d’amore e desiderio




