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A Londra o in Turchia, la cucina italiana vince anche con ingredienti locali

La cucina italiana è la più amata al mondo (lo dicono le persone, non noi per partito preso). Ma proprio questa forza rischia di diventare il suo limite. Perché quando si entra in un ristorante italiano all’estero e si trovano sempre le stesse quattro cose – carbonara, lasagne, tiramisù, pizza – la sensazione è doppia: da una parte rassicurazione, dall’altra stagnazione. Funziona? Sì. Cresce? No. Il punto non è mettere in discussione quei piatti. Sarebbe ridicolo, sia chiaro. Sono piatti straordinari e che piacciono praticamente a tutti. Il punto è capire se l’identità italiana può permettersi di essere ridotta a un repertorio minimo pensato per il turista. Perché se continuiamo a proporre solo ciò che è già conosciuto, non allarghiamo la percezione della nostra cucina. Anzi, la congeliamo.

La crescita, allora, non passa dall’eliminare il comfort food. Passa dall’affiancarlo a qualcosa di più ampio. Passa dalla capacità di raccontare la cucina regionale, di far emergere la complessità italiana, di smettere di trattare l’estero come un mercato da rassicurare e iniziare a considerarlo un pubblico da far evolvere, soprattutto dopo il riconoscimento Unesco. Come per esempio fa Alfredo Russo. Chef, consulente, imprenditore, formatore, nominato Cavaliere del Lavoro nel 2024, non è

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