
di Lorenzo Cremonesi
Reportage dalla capitale dell’Iraq. Negli ultimi giorni la Nato ha fatto rientrare in Europa circa mille soldati – e altri partiranno
BAGDAD – Basta lasciare le regioni autonome curde nord-irachene attorno a Erbil per raggiungere la capitale e in pochi chilometri si entra in un universo tutto nuovo, dominato dai manifesti dei leader iraniani assassinati e dalle bandiere verdi e nere della militanza sciita.
Già appena dopo il polo petrolifero di Kirkuk, ai posti di blocco s’impongono le immagini di Qassem Solimani, il noto capo delle Brigate Al Qods iraniane, ucciso da un drone americano vicino all’aeroporto di Bagdad nel gennaio 2020. Lo si vede mentre abbraccia Ali Khamenei, la Guida suprema, colpito a morte dagli israeliani a Teheran all’inizio di questa nuova guerra, il 28 febbraio.
Di fronte alle basi delle milizie sciite filo-iraniane nella pianura verso Tuz Khurmatu c’è la nuova foto di Ali Larijani, il potente capo della Sicurezza nazionale ucciso solo pochi giorni fa, attorniato dagli altri «martiri» caduti di recente. «Gli israeliani e gli americani non si rendono conto che per noi sciiti ogni eroe morto combattendo non è un freno, non ci fa paura, anzi alimenta




