
di Aldo Grasso
Il cantante viene ridotto alla sua immagine pubblica, a un repertorio di movenze, smorfie, note e costumi
Trucco e parrucco. Maddalena Corvaglia imita Fiordaliso, Max Paiella Jovanotti, Paola Perego fa Max Pezzali, Stefano Meloccaro Fiorello e Anna Pettinelli Gloria Estefan. A quel punto, mentre andava in onda «Tale e Quale Show» di Carlo Conti, mi sono chiesto: da dove nasce il desiderio di vestire i panni di un altro? Dal sacro principio dell’imitazione, dal momento in cui il cervello attiva i neuroni specchio? Oppure dalla mimesi antica, grazie alla quale, diceva Aristotele, impariamo e proviamo piacere?
L’intolleranza con cui Pettinelli accoglie ogni confronto basterebbe a far dimettere i neuroni specchio. Ma non disarmiamo. A «Tale e Quale Show» il pensiero, qualsiasi pensiero, viene cortesemente accompagnato all’uscita: dentro resta la prestazione (Rai1). Per una canzone, il concorrente deve diventare un cantante famoso. O almeno consegnare alla telecamera abbastanza indizi: trucco, parrucco, costume, smorfia, timbro vocale, coreografia. Il miracolo è far scomparire il concorrente dietro il personaggio, anche se spesso il personaggio è già sparito sotto la parrucca. Non si chiede di interpretare un’identità, ma di riprodurne i segni riconoscibili. L’anima, se avanza tempo, può aspettare




