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Il conto alla rovescia per un’altra guerra all’Iran è partito: ecco come si svilupperà (e perché potrebbe non bastare)

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Gli israeliani conoscono il copione: fra il 2019 e il 2022 votarono cinque volte, con Netanyahu quasi sempre al timone, spesso come premier ad interim. Per formare un governo Eisenkot dovrebbe appoggiarsi ai partiti arabi, ipotesi che lui stesso, e i suoi alleati Liberman e Bennett hanno escluso in campagna elettorale. 

Lo scenario più probabile per ora è un lungo stallo con Bibi saldamente al comando dell’esecutivo. Quanto basta per gestire una guerra. Alle tre del mattino, davanti ai suoi a Gerusalemme, Netanyahu ha rivendicato una maggioranza decisiva fra gli elettori sionisti e ha parlato di un’occasione storica e irripetibile per sconfiggere l’Iran una volta per tutte. Il messaggio era rivolto anche a Washington.

La mancata sconfitta di Netanyahu rende più probabile la ripresa della guerra? Sì, ma l’impatto del voto è meno forte di quanto sembri. Anzitutto l’opposizione israeliana non è un partito della pace: Eisenkot ha sostenuto gli attacchi all’Iran e ha definito coraggiosa la scelta di Trump di colpire. Sul dossier iraniano esiste in Israele un consenso nazionale che una certa lettura europea, concentrata sulla persona di Netanyahu, tende a ignorare. Soprattutto, la decisione non si prende a Gerusalemme ma a Washington.

Lo dimostrano gli

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