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«Mai molar», lo sport come osservatorio sulle relazioni umane

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di Aldo Grasso

La serie, alla sua seconda stagione su DAZN, sceglie la dimensione sportiva meno appariscente e più difficile da raccontare: la costruzione della fiducia

Nello sport la vittoria è un fatto, la sconfitta una spiegazione da cercare. Ma c’è qualcosa che precede entrambe: il lento, faticoso apprendistato dello stare insieme.

È qui che «Mai molar», alla seconda stagione su DAZN, trova la sua ragion d’essere. Il docu-reality dedicato alla Rana Verona torna a raccontare la pallavolo non soltanto attraverso il risultato, ma seguendo quel lavoro invisibile che trasforma un gruppo di atleti in una squadra.

La prima stagione aveva seguito la rinascita di una società, la ricostruzione di un’identità dopo il rischio di scomparire. Adesso la prospettiva cambia. La sfida non è più soltanto ripartire, ma misurarsi con le ambizioni, i nuovi equilibri dello spogliatoio, l’arrivo dell’allenatore Fabio Soli e le inevitabili tensioni fra talento individuale e disciplina collettiva.

Perché una squadra è il complicato accordo fra personalità che devono imparare a fidarsi l’una dell’altra.

La conquista della prima Coppa Italia nella storia della pallavolo veronese, con la vittoria sull’Itas Trentino l’8 febbraio 2026, offre alla serie il suo momento culminante.

Il punto

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