di Fabio Savelli
Stipendi insufficienti per il 39%, cure sacrificate dal 26% e paura sul futuro dei figli. L’indagine Ipsos per Legacoop fotografa famiglie sempre più fragili, tra rinunce quotidiane e spese impreviste che mettono in crisi i conti
La paura è quella di non farcela più. Di avere uno stipendio che non basta, di dover rimandare una visita medica, di vedere una spesa imprevista trasformarsi in un problema. E, soprattutto, di perdere una posizione sociale che si pensava acquisita. Per una parte sempre più ampia degli italiani, appartenere al ceto medio non è più una certezza: è una condizione che si sente sfuggire, insieme alla possibilità di risparmiare e di progettare il futuro. A fotografare questa insicurezza è «FragilItalia 2026 – Le povertà contemporanee», l’indagine Ipsos realizzata per Legacoop. Il 54% degli intervistati si colloca sotto il ceto medio: il 34% si riconosce nella categoria «in caduta», il 16% si definisce fragile e il 4% si posiziona nel gradino più basso. Un italiano su quattro dichiara di essere sceso nella scala sociale, mentre soltanto il 7% ritiene di aver migliorato la propria condizione.
La de-cetomedizzazione
Sono dati che misurano il modo in cui le persone percepiscono




