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«La Cenerentola» splende al San Carlo: tutti giù per terra

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Michieletto attualizza e vivacizza la favola.

Dario Ascoli / CorriereTv

Le polemiche che accompagnano le attualizzazioni delle opere liriche si fondano spesso su un presupposto discutibile: l’idea che esista una forma originaria da preservare immutata. La storia del teatro musicale racconta invece altro. Le prime rappresentazioni erano ben lontane dalle odierne aspirazioni filologiche: scene e costumi rispondevano soprattutto alle disponibilità economiche dei teatri, alle esigenze pratiche e al gusto del pubblico del tempo. Anche soggetti ambientati in epoche lontane venivano spesso allestiti con materiali provenienti da produzioni recenti. Essere storicamente informati, dunque, non significa riprodurre il passato come in una ricostruzione cinematografica, ma comprenderne le consuetudini. E tra queste vi era la necessità, per autori come Mozart, Da Ponte, Verdi o Piave, di parlare anzitutto ai propri contemporanei. L’opera lirica, soprattutto quando affonda le sue radici nella dimensione della favola, vive della capacità di rinnovarsi e dialogare con pubblici differenti. Immobilizzarla in un’estetica museale rischia di conservarne la forma, ma di smarrirne la vitalità. Del resto, «L’Orfeo», considerato il capostipite del melodramma, nasce da «Le Metamorfosi» di Ovidio: difficile immaginare un’origine più coerente con il concetto stesso di trasformazione. Questa riflessione introduce naturalmente la nuova produzione de «La Cenerentola»

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