Ci sono alberghi che cercano di assomigliare alla città nella quale si trovano e altri che arrivano con un’identità talmente forte da provare, semmai, a contaminarla. W Rome appartiene decisamente alla seconda categoria. A quasi cinque anni dall’apertura in via Liguria, a due passi da via Veneto, il primo W italiano rimane probabilmente uno dei cinque stelle meno convenzionali della Capitale. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui vale la pena tornarci. Perché qui Marriott ha portato e consolidato un’idea molto americana e contemporanea del lusso: giovane, informale, colorata, sociale, con musica, cocktail e persone che entrano ed escono dall’hotel senza necessariamente avere una camera prenotata.
Welcome Desk, l’accoglienza informale che sostituisce la classica lobby, pensata come uno spazio di incontro aperto alla città
Dentro questa macchina internazionale è stata fatta però una scelta gastronomica apparentemente opposta: affidarsi a uno degli chef italiani più legati al proprio territorio, Ciccio Sultano, due stelle Michelin al Duomo di Ragusa, che dalle radici siciliane non si è mai veramente allontanato neppure quando è arrivato a Roma. Il risultato è un curioso matrimonio: un hotel che parla americano con




