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Nepal, un mese dopo l’alluvione: 1500 morti e ancora 6 mila dispersi. 4,7 miliardi per ricostruire, ma come se il cambiamento climatico stravolge il mondo?

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di Andrea Nicastro

Persone ancora intrappolate nelle gallerie, le famiglie attendono gli esami del Dna per celebrare i funerali. 80 mila gli sfollati, 14 mila bambini senza scuola, ma i progetti per la ricostruzione dovranno tener conto della nuova realtà del clima

Un mese fa, la mattina del 26 agosto, due chilometri quadrati di roccia e ghiaccio si sono staccati dal monte Langtang Lirung al confine tra Nepal e Cina, a 5.200 metri, e sono precipitati su un lago a valle. L’ondata ha devastato tutto quanto aveva sul suo percorso. Per entrare in Nepal ha travolto la dogana, un edificio di sei piani in cemento armato. Poi strade, paesi, ponti, ogni cosa spazzata via per chilometri. 

Il primo bilancio, quella sera, parlava di 600 dispersi. Il Corriere aveva avvertito: aumenterà. Il giorno dopo i dispersi erano già 1.300, quindi 2.400. Oggi i due lati del confine contano oltre 1.500 morti e 6.000 dispersi che nessuno crede più vivi. Tra loro gli stranieri, né nepalesi né cinesi, sono 636. Nei laboratori di Kathmandu sono arrivati più di tremila campioni di Dna, brandelli senza corpo, con cui gli esperti tenteranno di dare un nome ad almeno qualcuno dei dispersi.

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