
di Anna Momigliano
La fine delle superpotenze protettrici: l’America si «cinesizza»
La Cina, si dice, «non ha alleati, ma soltanto Stati vassalli e vicini nervosi». È un’espressione che ogni tanto gli osservatori di cose internazionali utilizzano, con varianti diverse, per rendere l’idea di come Pechino concepisce il rapporto con le altre nazioni, nel suo recente (ma ormai non recentissimo) status di superpotenza . I «vicini nervosi» sono, ovviamente, Taiwan, ma anche il Giappone e la Corea del Sud, che si sentono poco tranquilli, mentre i «vassalli» – ma qualcuno preferisce parlare di «Stati clienti» o «partner più piccoli» – sono la cosa che più si avvicina all’idea di un alleato: nazioni del Sud del mondo che, in una forma o nell’altra, si trovano allineati più con la Cina che con l’America o l’Europa, che mantengono forti legami commerciali con essa, ma che Pechino si guarda bene dal difendere quando le cose si mettono male. Come per esempio il Venezuela di Maduro e il regime degli ayatollah in Iran. Entrambe le nazioni, considerate dei paria in Occidente, godono (o godevano, nel caso del Venezuela) di una buona partnership con Pechino, facevano insomma parte dell’asse anti-occidentale capitanato, all’occorrenza, dalla




