Fa impressione sapere che qui a New York in questo momento, a poca distanza l’uno dall’altro, e in certi momenti dentro lo stesso Palazzo di Vetro, «coabitano» il presidente degli Stati Uniti e quello della Repubblica islamica dell’Iran, due nazioni di fatto in stato di guerra. Ma non è la prima volta che questo accade nella storia assai tormentata delle Nazioni Unite: l’Assemblea generale dell’Onu è stata spesso un palcoscenico teatrale dove venivano «rappresentati» conflitti che continuavano a divampare altrove, nel mondo reale. Raramente, invece, è stata un luogo dove quei conflitti venivano risolti. Il che non esclude affatto che diplomazia, geopolitica, geoeconomia e linguaggio delle armi possano convivere e influenzarsi a vicenda. A volte dietro le quinte dell’assemblea Onu si sono intrecciate trattative utili. Intanto questa assemblea è l’occasione per un bilancio su una delle due principali guerre in corso. A sette mesi dall’inizio dell’attacco americano-israeliano contro l’Iran, è possibile definire vincitori e vinti? Un’analisi lucida deve riconoscere che questi sette mesi sono solo «un episodio» all’interno di un conflitto ben più ampio che dura da 47 anni, cioè dalla rivoluzione khomeinista del 1979; è probabile che questa guerra sia destinata a protrarsi ancora a lungo, sia pure forse




