
di Aldo Grasso
L’aplomb del giornalista liberale ha lasciato il posto a un’esibita teatralità
Mentre tutti i media raccontano la crescita della destra radicale in Europa (in Germania, l’AfD ha ottenuto risultati molto preoccupanti nelle elezioni regionali del 2026), Nicola Porro ricorre a un’astuzia retorica; meglio: a un’abile torsione argomentativa. Apre una puntata di «Quarto potere» evocando un nuovo pericolo, lo «spettro del comunismo» che si aggirerebbe per l’Europa.
E quale volto dovrebbe avere questo spettro? Quello di Ilaria Salis. A questo punto l’argomento si fa caricatura, quasi farsa. Porro vuol vincere facile: Salis e i sinistrelli Bonelli-Fratoianni sono bersagli da Luna Park. Porro, fra i conduttori di Rete4, è forse quello con più uso di mondo, nei modi e nell’eloquio. Si è sempre presentato come un liberale, con una cultura economica e civile riconoscibile. Proprio per questo colpisce la metamorfosi televisiva: lo studio finisce per riempirsi dei soliti personaggi, quelli che passano più tempo davanti alle telecamere che nelle redazioni dei loro giornali, chiamati non tanto a raccontare la realtà quanto a rappresentare, quotidianamente, un modo di guardarla. Una maschera, appunto.
È un peccato, perché così la cultura liberale rischia di perdere una propria voce. Possibile




