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Troppe debolezze del cinema italiano. L’unica donna in gara vince due premi, i cinque italiani zero: cominciamo da qui per riflettere

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di Paolo Mereghetti

Le vincitric: Miglior film «Woman Unknown» di May el-Toukhy; Miglior attrice Mathilde Arcel («Woman Unknown)

L’Italia esce a mani vuote da questa ottantatreesima edizione della Mostra. Dunque avevano ragione i selezionatori di Berlino e Cannes a non voler neanche un nostro film (qualcuno dei titoli in concorso era stato proposto sulla Croisette)? Da domani si aprirà il dibattito, speriamo serio, sulle debolezze del nostro cinema di cui si è avuta l’ennesima conferma anche nel confronto con le opere straniere in gare per il Leone.
In apertura di Mostra notavo che il nostro cinema sembra prigioniero di un eccessivo ripiegamento su se stesso, incapace di aprirsi al confronto con la realtà, l’operazione che hanno fatto i film che hanno vinto: il danese Woman Unknow fa i conti con le vendette del dopoguerra, il coreano Possible Love con le conseguenze delle ristrutturazioni industriali, l’americano Wild Horse Nine con le trame della Cia, il francese Un bon petit soldat con le rigidità neocapitaliste e Dau si misura addirittura con quarant’anni di storia sovietica. Senza per questo dover abdicare alle rispettive ambizioni autoriali. 
L’unica vera stranezza di questi riconoscimenti è il «premio speciale della giuria» (di fatto l’ultimo per

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