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Chi «cancella» l’11 settembre, 25 anni dopo?

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25 anni dopo, l’11 settembre 2001 rischia di diventare qualcosa di diverso da ciò che fu. Non perché siano emerse nuove prove capaci di rovesciare la ricostruzione dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono. Su chi organizzò e compì la strage non esiste un mistero storico. Eppure intorno a quella giornata si combatte una nuova battaglia: sulla memoria, sulle responsabilità, perfino sul significato morale di ciò che accadde. 

È il tema che accomuna due interventi recenti, uno di Dan McLaughlin sulla National Review, l’altro di Douglas Murray su The Free Press. Sono due autori conservatori, la loro lettura va collocata in quell’area culturale. Ma il fenomeno che descrivono merita attenzione. Una generazione è diventata adulta senza avere alcun ricordo personale dell’11 settembre. Per molti giovani americani Osama bin Laden appartiene alla storia quanto la guerra del Vietnam. In questo vuoto della memoria diretta prosperano due forme diverse di revisionismo. La prima è il vecchio complottismo: forse Al Qaeda non fu responsabile, forse dietro l’attacco c’erano la Cia, il governo americano, Israele. La seconda è più sofisticata, insidiosa e pericolosa: non nega chi furono gli aggressori, ma attenua e in fondo legittima il loro crimine inserendolo in un bilancio delle colpe

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