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La Cina isolata al G20: perché è finita sotto 19 a 1 (e perché è importante)

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Questo articolo è tratto da Global, la newsletter del Corriere della Sera curata da Federico Ramini. (Qui per iscriversi)

Siamo abituati da anni a una narrazione quasi opposta. È l’America che si isola. È Washington che irrita gli alleati con i dazi, le sanzioni, l’extraterritorialità del dollaro, il protezionismo tecnologico. Più gli insulti, le minacce, le offese e tutto il resto. È così che Donald Trump spinge il resto del mondo verso la Cina, sentiamo dire da tempo. Xi Jinping, al contrario, ama presentarsi come il difensore della globalizzazione, del libero commercio e del multilateralismo; il leader capace di raccogliere attorno a Pechino gli ex-alleati traditi da Trump, più tutto quel «Sud globale» che contesta l’egemonia occidentale.

Per questo ciò che è accaduto al G20 finanziario di Asheville, in North Carolina, merita attenzione. Il risultato finale è stato 19 contro 1. La Cina da sola. Il dissenso cinese ha impedito l’approvazione del comunicato congiunto, perché al G20 vige la regola del consenso. Gli Stati Uniti, che quest’anno hanno la presidenza, hanno pubblicato al suo posto una dichiarazione della presidenza precisando che il testo aveva il consenso di tutti tranne Pechino. Scott Bessent, il segretario al Tesoro americano, non

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