di Armando Di Landro
La storia di un ragazzo che si salvò perché una raffica fu imprecisa: «Caddi tra gli altri corpi». «Il genocidio continua a essere un problema per Belgrado ma anche per l’Europa. E io mi sento europeo. La posizione serba su Mladic non mi stupisce»
Nedzad Avdic ha 50 anni, è uno dei pochi sopravvissuti al genocidio di Srebrenica, rimasto in vita perché la raffica di colpi del plotone serbo che aveva di fronte non fu precisa e lo ferì a una gamba, lasciandogli la possibilità di cadere, fingendosi morto, tra gli altri uomini ormai privi di vita, per poi aspettare che i militari della Repubblica Serba di Bosnia si allontanassero. Aveva 17 anni e da allora è uno dei più importanti testimoni del genocidio.
Avdic, cosa pensa della posizione della Serbia su Ratko Mladic e della decisione di riconoscergli tutti gli onori?
«Dal punto di vista dell’attuale politica serba, è l’ultimo tributo a un uomo che ha fatto un ottimo lavoro. Ratko Mladic non arrivò certo a Srebrenica per farsi giustizia da solo. Faceva parte di un’impresa criminale pianificata e finanziata da Belgrado. E più avanti si sarebbe nascosto a lungo in Serbia prima




