
di Guido Santevecchi
A Pechino sono convinti che il D-Day economico di Trump sia un bluff. E da Teheran continuano ad arrivare 500 mila barili di greggio al giorno
La diplomazia di Pechino ha risposto con apparente durezza alla minaccia di sanzioni americane per l’appoggio sottobanco all’Iran. «Il governo della Repubblica popolare cinese adotterà tutte le misure necessarie per difendere con fermezza i propri legittimi diritti e interessi», ha detto il portavoce degli Esteri nel briefing di routine alla stampa internazionale. Segue la solita posizione: «Ferma opposizione a sanzioni unilaterali (quelle americane) che sono sempre illegali» e «innescano effetti a catena». La stampa cinese ha lanciato una vignetta della Statua della Libertà che si droga di sanzioni.
Tutto sommato una reazione a bassa intensità, che lascia intendere come Xi Jinping e i suoi consiglieri non credano di essere davvero nel mirino del «D-Day economico» minacciato la settimana scorsa da Donald Trump contro Teheran e i Paesi che lo aiutano a sfuggire allo strangolamento. Gli analisti di Pechino hanno notato che anche quando lunedì il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato «sanzioni secondarie» verso ogni entità che faccia affari con il regime iraniano, non ha citato esplicitamente la




