
di Silvia Madiotto
Lo sfogo della madre di Tania Terrin, uccisa dall’ex («Scappate via, è l’unica soluzione»), riaccende il dibattito. I fondi non sono sufficienti «ma si deve avere il coraggio di parlare»
Le parole di una madre, l’appello delle istituzioni, i numeri della gravità di una violenza subdola, psicologica e fisica. L’ennesimo femminicidio obbliga a riflettere, ancora e ancora. Questa volta è la morte di Tania Terrin, uccisa dall’ex compagno che poi si è suicidato nella propria officina: un uomo che aveva già denunciato pochi mesi prima, un uomo che aveva già tentato di strangolarla. Ma allora, come si salva la vita di donne minacciate e private della propria libertà? La madre di Tania dice che bisogna spingerle a scappare, «facciano la valigia, lascino tutto, casa, lavoro, famiglia, non esiste altro modo per proteggerle».
La senatrice Martina Semenzato, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, parla di carcere preventivo, subito, «custodia cautelare per salvare una vita». Perché denunce, ammonimenti e braccialetto elettronico a volte non bastano. In base a una stima recente, in Veneto sono attualmente attivi oltre quattrocento braccialetti elettronici. Solo che a volte si inceppano, si scaricano, non funzionano, vengono sganciati, talvolta non sono




