di Dario Di Vico
L’Italia registra un’altra stagione positiva e il comparto vale quasi il 10% del Pil. Ma il report Ref Ricerche evidenzia anche le ombre: stipendi inadeguati, carenza di personale e case sempre più care
Davanti alle guerre e ai blocchi navali i pessimisti avevano dato per morto e sepolto il turismo 2026. L’opinione corrente era quella di un rallentamento dei flussi internazionali e di una conseguente disdetta per un Paese come il nostro abituato a giovarsene. Invece tutti gli indicatori sembrano suggerire buoni risultati per il 2026, ancora migliori dell’anno precedente. Nei primi cinque mesi dell’anno l’aumento delle presenze è stato del 4%, derivante da una crescita più sostenuta del turismo interno (+7%) rispetto ai flussi dall’estero (+1%). È da queste premesse che parte un interessante report monografico di Ref Ricerche appena pubblicato. Che si cimenta innanzitutto nel definire il perimetro delle attività turistiche nella contabilità nazionale. Non ci si può fermare a «alberghi e ristoranti» senza tener presente che la domanda di turismo viene soddisfatta da altri settori come il trasporto e da tutta la filiera agro-alimentare che serve la ristorazione. E non è tutto: anche le attività ricreative e culturali e in




