
di Giulio De Santis e Ilaria Sacchettoni
La nuova linea nella strategia difensiva del faccendiere, che ha confessato di essere il mandante dell’attentato al giornalista di Report (di cui era fonte e amico). Ma restano dubbi sul movente
Dai silenzi dell’8 luglio scorso, pomeriggio in cui Valter Lavitola fu ascoltato per la prima volta dai pm, alle ammissioni di ieri. La strategia difensiva del faccendiere ormai più famoso di Italia che, fatalità, voleva potenziare l’appeal dell’amico Sigfrido Ranucci, è cambiata. La notte nel carcere di Rebibbia, i ricordi di un periodo buio e poi (forse) la speranza di mitigare in arresti domiciliari la misura cautelare, tutto questo ha pesato senz’altro sulle sue verità. «Ho pianificato l’attentato a Sigfrido ma l’ho fatto per lui, era a rischio e l’ho messo al riparo. Dopo quel blitz gli hanno aumentato la scorta da 2 a 8 agenti», ha detto.
Ma, poi, Lavitola resta Lavitola. L’uomo che, come ha ricordato la gip Iole Moricca, ha trattato la compravendita dei senatori allo scopo di rovesciare il governo di Romano Prodi (2008), scatenato un battage mediatico sulla casa di Montecarlo per azzoppare Gianfranco Fini (ostile a Silvio Berlusconi), ha fatto tesoro della propria




