
di Aldo Grasso
Nell’omaggio a Enzo su Rai3 Paolo si misura con le difficoltà di stare accanto al mito senza finire nell’ombra
In Jannacciami! (riproposto da Rai3), c’è un momento in cui Enzo Jannacci sembra tornare in scena. Non è un’apparizione tecnologica né un effetto speciale: basta la sua voce che intona Souvenir, mentre una gigantesca radio d’epoca si illumina sopra il palco. Per qualche secondo il tempo si ferma. Poi arriva Paolo Jannacci, al pianoforte, e il problema cambia: non si tratta più soltanto di ricordare un padre, ma di misurarsi con un’eredità.
Il cognome apre le porte, ma spalanca anche il confronto. Il pubblico non guarda mai completamente l’artista che viene dopo: cerca quello che c’era prima. È il destino di Cristiano De André con Fabrizio, di Paolo Jannacci con Enzo: non basta avere talento, bisogna dimostrare di averne uno proprio.
Paolo, almeno, ha scelto la strada meno facile. Non imita il padre, non cerca di rifarne la maschera, non si mette a fare il Jannacci. È un musicista vero, di solida formazione jazzistica, e affronta quel repertorio con una sensibilità diversa, più tecnica, più musicale, costruita sulla contaminazione fra jazz, teatro della canzone




