
di Aldo Grasso
Oggi domina l’economia dell’attenzione: una vicenda giudiziaria vale finché genera ascolti. La cronaca diventa così una serie senza finale e il processo vero uno spin-off
Domenica sera «Blob» ha dedicato l’intera puntata alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, «il frutto di una spietata strategia eversiva neofascista», come l’ha definita Sergio Mattarella.
È bastata quella sequenza di immagini per riaprire un archivio sterminato: «La notte della Repubblica» di Sergio Zavoli, «Blu Notte» di Carlo Lucarelli, «La Grande Storia», lo speciale di Franco Di Mare «Una mattina d’agosto», il documentario «La bomba. 2 agosto 1980, la strage dell’umile Italia», «Sopravvivere alla strage» di Rai Teche. L’elenco potrebbe continuare.
Francamente non so se la tv abbia dedicato più ore alla strage di Bologna o al delitto di Garlasco. La differenza, però, è un’altra. Bologna è stata raccontata attraverso inchieste, testimonianze, materiali d’archivio. Garlasco, invece, è diventato soprattutto materia da talk show: opinioni, criminologi, avvocati, influencer del sospetto. Non più il racconto di un fatto, ma la serializzazione del dubbio.
Ecco una provocazione, inevitabile quanto amara. Se la strage di Bologna avesse ricevuto lo stesso trattamento riservato oggi a Garlasco, forse conosceremmo non solo




