
di Aldo Grasso
Il video del 42enne a Bologna immobilizzato dalla polizia non è solo la documentazione di una tragedia: è la rappresentazione visiva di una metamorfosi irreversibile, il passaggio istantaneo e brutale dalla vita al nulla
Ci sono immagini che informano e immagini che accusano. E poi ci sono immagini che sospendono ogni giudizio, perché costringono prima di tutto a guardare. Il video della morte di Abderrahim Fakir appartiene a quest’ultima tipologia. Cinque minuti e venti secondi in cui il tempo sembra dilatarsi fino all’insopportabile. Non è un filmato spettacolare: è quasi immobile. Ed è proprio questa immobilità a inquietare. C’è una grammatica spietata nella morte in diretta, un’estetica del vuoto che il piccolo schermo o il display di uno smartphone restituiscono con gelida nitidezza. Il video di Bologna non è soltanto la documentazione di una tragedia; è la rappresentazione visiva di una metamorfosi irreversibile, il passaggio istantaneo e brutale dalla vita al nulla.
Colpisce la lentezza quasi decontestualizzata dei gesti: il corpo di Abderrahim Fakir è bloccato a terra, prono sull’asfalto rovente, soffocato dal peso dell’intervento e dal torpore del caldo estivo. Attorno a lui, l’azione si muove al rallentatore. Gli agenti immobilizzano, i soccorritori




