
I grandi banchieri di Wall Street passano le giornate a interrogare algoritmi intricati come una sciarada. Gli strateghi della finanza mondiale inseguono l’Intelligenza artificiale, i supercomputer e i misteriosi movimenti dei mercati. Jeff Bezos per alimentare i suoi giganteschi data center va perfino a caccia di rame nel sottosuolo dell’Arizona, con lo spirito di un cercatore d’oro del Klondike con il casco da imprenditore tecnologico. In Italia, invece, il fondo sovrano della nazione, quello che conserva la ricchezza del Paese, è a portata di mano. Non serve scavare montagne, non servono trivelle, non serve nemmeno una connessione internet ultraveloce. Basta aprire il cassetto del comò.
Sì, proprio quello. Il luogo sacro dove convivono calzini spaiati, vecchie ricevute del supermercato, fotografie scolorite e, spesso, un piccolo patrimonio dimenticato: la collana della nonna, il braccialetto del battesimo, la spilla regalata dalla zia, l’anellino conservato in una scatolina di velluto ormai consumata dal tempo. Un tesoro che secondo stime, la cui attendibilità è difficile da verificare, potrebbe valere 150 miliardi.
Per anni l’abbiamo guardato con un misto di tenerezza e sufficienza. Oggetti del passato, ricordi di un’Italia fatta di cerimonie familiari, comunioni, cresime e matrimoni. Roba da nonni, pensavamo. Un po’ come i




