
di Paolo Mereghetti
Il poema omerico secondo il regista: ritratto di un uomo schiacciato dal senso di colpa
I cacciatori di polemiche andranno a nozze con l’Odissea secondo Nolan. Altro che elmi creativi e pigmentazioni non regolamentari (ma secondo quale regola? quella che ha fatto della britannica Elizabeth Taylor una regina egiziana?). A voler essere pignoli le infrazioni, le invenzioni, le libertà sono innumeri, ma è da queste cose che si giudica il risultato di un film? Assolutamente no!
Lasciamo i cacciatori di cavilli alle prese con le loro piccole fobie e diciamolo subito: la lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi.
La storia la sanno anche i sassi: finita la guerra di Troia, Odisseo (non Ulisse, che è di derivazione latina anche se sono la stessa persona, interpretata da un convincente e barbuto Matt Demon) prende la strada per il ritorno a casa dove la moglie Penelope (Anne Hathaway) cerca di tenere a bada i principi che vorrebbero sposarla perché convinti che dopo vent’anni il marito sia morto. Ma quello che in Omero diventa il resoconto di una «pena di vivere» [copyright Nicola Gardini], quella appunto




