
di Federico Fubini
È un colpo alla globalizzazione. Ma nella regione si preparano già rotte alternative
Fra le tante ambiguità dell’accordo in 14 punti che consolida la tregua nel Golfo, una appare una mina politica depositata sui fondali di Hormuz. Arriva al punto cinque, e recita: il regime di Teheran discuterà con l’Oman «per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto (…) in linea con il diritto internazionale e i diritti sovrani dei Paesi costieri».
È un riferimento a una mossa eseguita dall’Iran in maggio, quando gli osservatori internazionali guardavano soprattutto al prezzo del petrolio e ai negoziati con la Casa Bianca. In quel momento i guardiani della rivoluzione hanno creato un’entità chiamata «Autorità dello Stretto del Golfo persico», con il compito di gestire il tratto di mare. Non è chiaro cosa ciò implichi esattamente, lo è invece che l’Iran nel dopoguerra intende asserire il controllo su quel passaggio da cui fino a gennaio transitava un quinto dell’offerta mondiale di greggio, di gas liquido e quote sostanziali di fertilizzanti, elio o allumina.
Mohammed Bagher Galibaf, capo negoziatore di Teheran e presidente del parlamento, lo ha già detto: «Lo Stretto di Hormuz non




