di Daniele Manca
Alla nuova frontiera tecnologica basata sull’intelligenza artificiale, i Paesi manifatturieri devono mirare a una rapida integrazione tra industria e Ai
Il mercato finanziario è uno dei punti di forza dell’ecosistema statunitense. Pesa tra il 48 e il 60% dell’insieme delle Borse globali. Nel 1900 era Londra a valere un quarto della capitalizzazione mondiale dei mercati finanziari, mentre New York arrancava dietro con circa il 14%. Tutti i mercati dell’Unione europea pesano oggi tra l’8 e il 12%. Dimensioni, quelle americane, che oggi permettono di attrarre capitali e società che vogliono quotarsi, sicure di raccogliere maggiori fondi rispetto all’Europa. Questa crescita potente ha fatto sì che l’America si concentrasse via via sulla finanza. Che così è diventata uno dei motori dell’economia Usa. Non senza conseguenze sulla struttura produttiva. Realizzare forti guadagni sui listini azionari come successo nei mesi scorsi, può avere effetti anche indesiderati. Spinge a investimenti non più basati sul lungo periodo e produce quel gap in termini di capacità industriale evidente negli States.
L’Europa da questo punto di vista può considerarsi molto più avanti. E l’Italia nel suo piccolo con il boom dell’export che l’ha portata nell’anno mobile a superare nelle esportazioni persino


