
di Massimo Franco
L’accelerazione della maggioranza sulla riforma elettorale viene presentata come un modo per garantire stabilità: anche se con l’attuale Giorgia Meloni presiede un governo che dura da quasi quattro anni.
Il canovaccio era prevedibile. E i partiti lo stanno seguendo rispettando lo schema rissoso che si temeva. L’accelerazione della maggioranza sulla riforma elettorale viene presentata come un modo per garantire stabilità: anche se con l’attuale Giorgia Meloni presiede un governo che dura da quasi quattro anni. Le opposizioni, per quanto senza offrire finora una proposta alternativa, gridano alla svolta autoritaria, addirittura al «colpo di Stato mite». Ma al di là dei pregiudizi reciproci, a colpire è la totale assenza di dialogo.
Di nuovo, si profila un sistema approvato dalla sola coalizione, e osteggiato da minoranze nelle quali forse qualche perplessità sulla legge in vigore ristagna; ma viene tenuta coperta, per potere recriminare se il governo forzerà i tempi per avere il «sì» del Parlamento. Sono premesse di una campagna elettorale avvelenata dalla delegittimazione degli avversari. Le vere incognite, tuttavia, nascono più dai dubbi di costituzionalità che dalle resistenze al governo.
E forse da qualche contrasto, anche quello diplomatizzato, tra i partiti di maggioranza.




