Se c’è un presidente a cui Donald Trump talvolta sembra volersi ispirare, è Richard Nixon: travolto dallo scandalo del Watergate nel 1974, protagonista di una crisi istituzionale grave, ma anche capace di aperture sorprendenti verso un autocrate (Mao Zedong), e di atti ostili verso l’Europa (il protezionismo, la svalutazione competitiva del dollaro, la minaccia di ritirare truppe Usa dalla Nato per castigare chi si era dissociato dal suo sostegno a Israele nel conflitto mediorientale del 1973).
Nixon seppe chiudere una guerra lunga e disastrosa che aveva spaccato l’America, quella del Vietnam. C’è qualche precedente in quel negoziato di pace che può illuminare la via d’uscita dal conflitto in Iran? La risposta è affermativa, secondo uno studioso autorevole.
Pierre Asselin, storico alla San Diego State University, conosce il Vietnam come pochi. Lo studia da oltre trent’anni, legge il vietnamita, ha lavorato sugli archivi americani, francesi e vietnamiti, ha pubblicato il saggio «Vietnam’s American War: A New History».
La sua analisi appare sul sito War on the Rocks mi è stata segnalata da Mario Giro, già viceministro degli Esteri. Parte da un’avvertenza: le guerre raramente finiscono con un solo gesto diplomatico. Non c’è quasi mai una firma che separa in modo




