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Israele «resiste» ai diktat trumpiani sul fronte libanese. «Ma Netanyahu ora è più fragile»

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di Marta Serafini

Beirut, il capo di Stato: negoziati indipendenti

Trump prima di tutto, perché le sue parole segnano il cambio di tono di Washington verso Israele. Alla domanda se Israele debba fermare la campagna contro Hezbollah, il presidente degli Stati Uniti risponde di no: Israele deve potersi difendere, ma deve anche «usare il buon senso» e in Libano potrebbe fare un «lavoro migliore». E dal G7, rivolgendosi all’alleato, rincara: «Gli dico, Bibi, potresti essere un po’ più delicato. Non c’è bisogno di demolire un edificio ogni volta che qualcuno ci entra, quello è opera di Hezbollah», ha aggiunto.

Sul terreno, però, il confine libanese racconta un’altra storia. L’esercito israeliano ha riposizionato uomini e mezzi in più settori del Sud, tra Bint Jbeil e Marjeyoun, mentre a Nabatieh si sono concentrati gli scontri più duri, con cinque soldati dell’Idf feriti nel Sud del Libano, uno in modo grave. «Se Trump vuole che ci ritiriamo dal Libano, ci ritireremo dal Libano», avverte Danny Citrinowicz, ex responsabile del dossier iraniano nell’intelligence militare israeliana. La sua tesi è che la capacità israeliana di sfidare davvero la Casa Bianca sia oggi «praticamente nulla», al di là della retorica di Benjamin Netanyahu.

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