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«Il diavolo veste Prada» compie 20 anni, inimitabile satira sul potere d’attrazione della moda

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di Filippo Mazzarella

Il film è diventato immediatamente un caso, svelando il desiderio di appartenenza nel capitalismo (anche estetico) contemporaneo

New York, 19 giugno 2006: Il diavolo veste Prada/The Devil Wears Prada viene presentato in prima mondiale (da noi poi nelle sale in ottobre) diventando immediatamente un caso e svelando, sotto la superficie della sua costruzione in qualche misura “classica”, un dispositivo narrativo che sposta la commedia “di trasformazione” nel territorio di una raffinata allegoria del desiderio di appartenenza nel capitalismo (anche estetico) contemporaneo.

La storia la conoscete: è quella della giovane giornalista neolaureata Andy Sachs (Anne Hathaway) che appena arrivata nella Grande Mela entra quasi per caso nel mondo della moda come seconda assistente della potente e temuta Miranda Priestly (Meryl Streep), direttrice della rivista Runway. E quello che le si presenta come un impiego transitorio diventa progressivamente una riconfigurazione dell’identità in cui l’adeguamento ai codici estetici del sistema comporta la perdita di relazioni affettive, autonomia e continuità del sé. 

Pur poco interessata al mondo della moda, Andy accetta di resistere un anno per arricchire il curriculum da giornalista; ma tra le continue umiliazioni di Miranda, il sarcasmo della prima assistente Emily (Emily Blunt),

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