
«Senti, fammi un fischio quando stai per fare questa cosa, perché se possibile vorrei vedere lo streaming». Quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Trapani aprono il telefono sequestrato a un dodicenne di San Vito Lo Capo, non trovano soltanto le tracce di un progetto che avrebbe potuto trasformare una normale mattina di scuola in una tragedia. Trovano soprattutto un pubblico. In quella conversazione non c’è un ragazzino che fantastica da solo davanti a uno schermo. C’è qualcuno che non prova a dissuaderlo e che non gli dice di fermarsi. Pochi minuti dopo compare un’altra domanda: «Posso partecipare?». Finché non arriva il conto alla rovescia. «Quando pensi di farlo?». La risposta: «Cinque minuti da adesso». Con un casco da moto pieno di riferimenti ad autori di stragi nelle scuole americane e due coltelli. E il sospetto che qualcuno dovesse assistere all’azione in diretta.
Tutto si consuma in un gruppo Telegram composto, fino a pochi minuti dopo il fallimento del piano, da sei persone. Poi succede qualcosa che incuriosisce gli investigatori. L’account del dodicenne viene rimosso. Qualcuno lo cancella. Qualcuno, evidentemente, si preoccupa delle tracce. Nei verbali i carabinieri annotano che il contenuto della chat non è più visibile. E a




