
di Marta Serafini
L’intervista alla filmmaker libanese El Hajj mentre il suo Paese è sotto attacco
DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME «Mettere al mondo una figlia in tempo di guerra è già un gesto di resistenza. Continuare a fare cinema, in Libano, lo è forse ancora di più». Per la regista libanese Myriam El Hajj, tra le voci più autorevoli del documentario mediorientale, maternità e cinema oggi coincidono con la stessa urgenza: opporsi alla cancellazione, alla violenza, alla perdita della memoria. Autrice di Diaries from Lebanon , il film che ha raccontato il collasso politico ed economico del Paese, El Hajj osserva un Libano in cui l’emergenza non è più un’eccezione, ma una condizione permanente. E dove anche il racconto più intimo finisce inevitabilmente per misurarsi con la guerra e con la geopolitica.
Il Libano vive da anni in uno stato di crisi continua. Da regista, come si racconta un Paese in cui l’emergenza rischia di diventare la normalità?
«Credo che il Libano sia sempre stato così. Siamo cresciuti nell’incertezza, nell’insicurezza, nella guerra. Io sono nata nel 1983, in piena guerra civile, e i miei primi cortometraggi parlavano proprio di quell’esperienza vissuta attraverso lo sguardo dell’infanzia.




