
di Fausta Chiesa
Il nodo di un referendum per tornare all’atomo. «Ma la situazione oggi è tutta diversa», spiega il costituzionalista Giovanni Guzzetta, consigliere del ministro dell’Ambiente. «I tempi della futura disciplina dipendono dal dialogo politico»
Novembre 1987 e giugno 2011. Due date che hanno segnato la storia energetica – e forse non solo – del nostro Paese, con i referendum sul nucleare che fermarono l’era dell’atomo civile. Il primo, seguito alla tragedia di Chernobyl il 26 aprile 1986 nell’Unione Sovietica da poco più di un anno sotto la guida di Michail Gorbacëv, portò nel 1988 alla chiusura delle quattro centrali attive di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano. Mentre era già stata bloccata l’anno prima, a seguito del voto, l’entrata in funzione della quinta centrale nucleare a Montalto di Castro. Un decreto-legge del governo De Mita recepì, a livello politico e normativo, la volontà dei cittadini. Finiva così “uso pacifico dell’energia nucleare”, che l’Italia aveva inaugurato nel 1963, tra le prime nazioni in Europa.
Il secondo fu in risposta al tentativo del premier Silvio Berlusconi di riavviare la produzione di energia nucleare. Nel 2009 partì l’iter normativo, con la delega al governo. Ma partì anche la




