
di Stefano Ferrio
Il 2 giugno del 1946 fu una grande festa in tutta la regione: oltre il 90% di votanti per il referendum e per l’Assemblea costituente
Ottant’anni fa l’Italia del Referendum, chiamata il 2 e 3 giugno 1946 a scegliere tra Repubblica o monarchia, era un Paese ancora diviso per lungo. Dove Nord e Sud erano separati come da una netta frattura. La stessa che si ritrova in quei voti: fortemente «mazziniani» da Roma in su, e ancora fedeli a casa Savoia nelle regioni meridionali.
Stringendo l’obiettivo sul Veneto, il dato è alla fine confermato a favore della Repubblica da percentuali del 56,24% nella circoscrizione di Verona, Padova, Vicenza e Rovigo, del 61,52% in quella di Venezia e Treviso, addirittura del 63,07% in quella di Belluno aggregata a Udine. No, non c’era ancora ombra di Nordest autarchico e opulento in esiti così simili a quelli di Emilia e Toscana, prossime a divenire le «regioni rosse» d’Italia. Negli anni Quaranta e Cinquanta dello scorso secolo il Veneto era tutto tranne che sinonimo di benessere diffuso, risultando una regione da cui espatriavano le oltre 611 mila persone di cui si trova notizia negli studi di Fondazione Migrantes.




