
di Fabrizio Roncone
La mossa di Meloni sulla legge elettorale stravolge i piani di Schlein e Conte
Parliamo del Campo Largo (cosiddetto).
Senza troppi ghirigori: c’è da raccontare una scena che, di colpo, appare profondamente cambiata (e le recenti elezioni amministrative c’entrano poco, o niente).
Per cominciare a inquadrarla: capi e capetti e aspiranti qualcosa (tipo quelli che s’immaginano seduti sulla poltrona di premier a Palazzo Chigi), più i soliti magnifici burattinai e qualche fanatico dell’intrallazzo, stavano lì tutti a cincischiare. Un po’ gongolanti per il vittorioso esito del referendum sulla Giustizia, un po’ inclini al gin tonic per via di certi sondaggi che annunciavano, e in realtà ancora annunciano, un sostanziale equilibrio con il centrodestra, forse addirittura messo di un pelo dietro. Insomma c’era un brigare diffuso, eccitato, con una malcelata allegria di fondo. Ognuno pensava a se, per se, molti travolti da una dimensione quasi onirica. Nell’ex convento del Nazareno, sede del Pd, croccanti retroscena spiegano che è addirittura partito un toto-ministri («Marta Bonafoni? Alle Pari Opportunità. Marco Furfaro lo mettiamo invece al Welfare, ci tiene tanto, e Marco è dei nostri. Tra l’altro: non dimentichiamoci di Sandro. Come Sandro chi? Sandro Ruotolo,




