
di Aldo Grasso
Raffaele Di Placido mostra il valore del gruppo in un mondo segnato dall’individualismo
«Taciti ed invisibili partono i sommergibili / cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità…». Non so se i sommergibilisti possano essere definiti una tribù. Intanto, Raffaele Di Placido ha inserito anche loro nel suo «viaggio antropologico attraverso il Paese, alla scoperta di gruppi e realtà che si riconoscono in valori condivisi, codici identitari e rituali collettivi».
Nel corso delle venti puntate, «Tribù» propone ogni volta un racconto diverso, costruito attraverso un’immersione totale del conduttore nella comunità protagonista (Rai3).
Così, Di Placido sale a bordo di un sommergibile a Taranto e qui, invece dell’Inno dei sommergibilisti, viene in mente la canzone «Seguendo la flotta» di Alberto Arbasino: «Innamorarsi a Taranto / è stato un vero errore / l’ho fatto per amore / di un incrociatore». Sul sommergibile incontra uomini e donne e, immergendosi con loro, chiede come vivano, cosa provino, come trascorrano il tempo. È vero che, per vivere chiusi in un sottomarino, è fondamentale che la coesione del gruppo sia garantita dalla condivisione di valori e rituali, a cominciare dalla zona notte, dai bagni, dall’unico televisore. Però, più che il ritratto di una




