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Cannes, quei film che scaldano il cervello (ma non il cuore)

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di Paolo Mereghetti

Accade con Kore-eda o Farhadi: i registi si fanno affascinare (troppo) dalla loro intelligenza, finendo per perdere il rapporto empatico con lo spettatore

Del senno di poi saranno piene le fosse, ma in un festival tritatutto come quello di Cannes, dove il ritmo del lavoro (visione del film e immediatamente dopo recensione con stellette) non ti lascia mai il tempo per una riflessione pacata, ripensare a quello che si è visto può aiutare. Per esempio per sottolineare quella tendenza «cartesiana» (leggi: intellettual-dimostrativa) che ha accomunato molti dei (bei) film visti in concorso. 

Cerco di spiegarmi: di fronte a Histoires paralleles di Farhadi o Sheep in the Box di Kore-eda, a una prima visione si resta ammirati dalla sapienza narrativa con cui i due registi hanno costruito la loro rete di rapporti e di legami. Il passaggio dalla finzione alla realtà nel primo, con i tre rumoristi che prima prendono forma sulla pagina scritta e poi si rivelano per quello che sono nella vita vera o, nel secondo, la complessa personalità di un bambino-robot capace di smontare le speranze dei genitori costringendoli a fare i conti con la realtà e non solo con i desideri,

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