
di Martina Zambon
Il cardiochirurgo responsabile della Sanità nella giunta Stefani dice no anche a un semplice vademecum: «Privilegiare l’assistenza alle pratiche irreversibili»
Gino Gerosa, cardiochirurgo, è assessore regionale alla Sanità.
Dottore, qual è la sua posizione sul suicidio medicalmente assistito?
«È una discussione che non può lasciare nessuno indifferente. Soprattutto i medici; ogni medico è tenuto a rispettare il giuramento di Ippocrate, ovvero il codice etico fondante della medicina che lo impegna a perseguire la difesa della vita e la tutela della salute fisica e psichica, ma anche il trattamento del dolore e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della dignità e libertà della persona. Un codice vincolante che si affianca anche a un pilastro, in Italia fissato dalla stessa Costituzione con l’articolo 32: “nessuno può essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà”, quasi un chiarimento dell’articolo 13 “che la libertà personale è inviolabile”. Fuori da ogni coinvolgimento emotivo o ideologico, il medico è chiamato a rispondere ad un dovere duale: se da un lato non deve mai provocare la morte deliberatamente, allo stesso tempo deve difendere la dignità del paziente alleviandone la sofferenza».
È a favore o contro una legge sul fine vita?
«La legge




