
di Paolo Valentino
Definì «un errore» l’aggressione di Mosca in Ucraina, ma aggiunse che «i massacri di Bucha vanno investigati» prima di addossare responsabilità
BERLINO – Una sera del 1982, a Bonn, un giovane deputato della Spd eletto due anni prima al Bundestag, uscì da un ristorante italiano, dove aveva cenato insieme ad alcuni colleghi. Avevano mangiato e bevuto parecchio, così decisero di fare una passeggiata. Sarà stato l’alcol, ma quando arrivarono davanti alle inferriate della cancelleria, il parlamentare non si seppe trattenere. Si avventò contro le sbarre gridando: «Ich will hier rein!», voglio entrare. Ambizione e premonizione di un gesto. Il deputato socialdemocratico si chiamava Gerhard Schröder e sedici anni dopo, nell’ottobre 1998, al Bundeskanzleramt ci sarebbe entrato dall’ingresso principale, eletto cancelliere dopo aver battuto addirittura Helmut Kohl, il padre della riunificazione.
Alla testa di una coalizione con i Grünen, guidati da Joschka Fischer, l’avvocato venuto da Hannover avrebbe governato la Germania per sette anni, legando il suo nome a riforme importanti che modernizzarono il Paese, consentendogli di affrontare con successo il nuovo Millennio: la nuova legge sulla cittadinanza con l’introduzione dello jus soli, l’uscita dall’energia atomica e soprattutto la più radicale riforma dello Stato sociale




