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«Todo Modo», il film di Elio Petri compie 50 anni: la politica come forma di degenerazione prima morale e poi fisiologica

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di Filippo Mazzarella

Uscita nelle sale il 30 aprile 1976, la pellicola si impone come una delle più feroci e lucide radiografie del potere politico italiano mai realizzate dal nostro cinema

Penultimo film del maestro Elio Petri (reduce da un trittico folgorante di opere-cardine come Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970, La classe operaia va in paradiso, 1971, e La proprietà non è più un furto, 1973), Todo Modo esce nelle sale italiane il 30 aprile 1976 e vi resta per poco più di un mese, prima di un sequestro e di un calo d’interesse del pubblico già chiaro sin dal debutto.

Per la seconda volta, dopo A ciascuno il suo (1967), Petri si confronta con un testo di Sciascia: ma gli umori del tempo sono nel frattempo radicalmente cambiati, gli anni di piombo sono iniziati, il compromesso storico sta diventando più che un’ipotesi di dibattito.

E il suo stile si piega quindi a un inedito registro oscuro, quasi soffocante malgrado la forte componente grottesca, mentre l’ombra del da poco scomparso Pasolini (come lo stesso Sciascia osservò una volta di fronte al film finito) si adagia quasi istintivamente sulla materia

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