L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec sferra un colpo tremendo a questa organizzazione, che un tempo si poteva definire il cartello oligopolistico dei paesi produttori di petrolio. Gli Emirati lo fanno ufficialmente per recuperare piena libertà di manovra sulla produzione e vendita di greggio: in teoria infatti chi appartiene all’Opec deve concordare con gli altri membri tagli o aumenti di produzione (non sempre la disciplina veniva rispettata nella pratica). Ma questa clamorosa uscita ha molte facce. C’entra il conflitto mediorientale: l’Opec resta una delle ultime organizzazioni importanti di cui sono membri sia i paesi arabi sia l’Iran. Ma era un cartello in declino perché il baricentro del potere energetico si è spostato altrove: verso l’America da quando la rivoluzione del fracking e dello shale gas ha restituito il primato mondiale di produzione agli Stati Uniti, che non sono certo membri dell’Opec. Anzi verso le Americhe, vista l’importante crescente di produttori come Messico Brasile e Canada (e al netto della crisi dell’industria estrattiva venezuelana). L’Opec aveva cercato di difendere il proprio ruolo allargandosi a Opec+ con l’allargamento alla Russia, ma non è bastato. L’uscita degli Emirati conferma anche i dissapori con l’Arabia saudita: spesso Riad e Abu Dhabi hanno avuto dissapori




