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Argentina, il limite della cura di Milei: boom per l’export, industria e consumi in calo

di Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Inflazione in discesa e conti più stabili, ma l’economia reale si contrae: occupazione debole e domanda interna sotto pressione mentre cresce il peso dei settori export-oriented

A Buenos Aires l’aria appare meno pesante. I prezzi non corrono più come un anno fa, il peso ha smesso di precipitare e gli investitori, almeno quelli più temerari, sono tornati a guardare l’Argentina con un interesse che sembrava archiviato insieme alle crisi cicliche del Paese. Eppure, sotto questa superficie più ordinata, l’economia reale scricchiola e i segnali si stanno accumulando.

A febbraio l’attività economica ha segnato una contrazione del 2,6% rispetto a gennaio: il calo mensile più marcato da quando Javier Milei è arrivato alla Casa Rosada. Su base annua, la flessione è del 2,1%, il peggior dato dall’inizio del 2024. Numeri che difficilmente possono essere liquidati come un semplice passaggio di fase.

Il prezzo della stabilità

La strategia del presidente libertario è stata chiara fin dall’inizio: abbattere l’inflazione, anche a costo di una terapia d’urto. Tagli alla spesa pubblica, stretta monetaria, proposta di revisione del sistema elettorale inviata al Congresso nel tentativo di ridurre ulteriormente il perimetro dello Stato,  fine di molte protezioni storiche. 

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