
di Aldo Grasso
La visione collettiva della famiglia Walsh faceva quello che oggi cerchiamo invano fra mille algoritmi: creava una nazione adolescente davanti al piccolo schermo
C’è un numero che per una generazione intera non è mai stato un semplice codice di avviamento postale. È una coordinata geografica dell’anima, un confine magico tra il freddo Minnesota e il sole accecante della California. Il ritorno su Sky di tutte le dieci stagioni di «Beverly Hills 90210» non è solo un’operazione nostalgia; è il ritorno del «Big Dream» per under 18 che sancì un momento epocale.
La visione collettiva della famiglia Walsh faceva quello che oggi cerchiamo invano tra mille algoritmi: creava una nazione adolescente davanti al piccolo schermo. Prima di «Dawson’s Creek», c’erano loro. Brandon e Brenda, i gemelli «normali» catapultati in un mondo di Porsche vintage e tubini neri, e soprattutto lui, Dylan McKay.
Luke Perry, il James Dean degli anni Novanta, entrò in scena nel secondo episodio salvando un ragazzo dal bullismo. Aaron Spelling, il demiurgo, dovette pagare di tasca propria il suo ingaggio contro il parere della Fox. Fu l’intuizione che trasformò un telefilm per ragazzi in un mito: Dylan era il rebel




