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Fabio Volo, la leggerezza travestita da profondità non funziona. Tantomeno la finta spontaneità

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di Aldo Grasso

«Kong…», il programma del conduttore-scrittore, mostra diverse lacune

Non è facile parlare di Fabio Volo, è pur sempre un tipo simpatico che vende migliaia di libri. Il suo nuovo programma «Kong – Con la testa tra le nuvole» su Rai 3 sembra voler portare in video ciò che nei suoi libri è diventato un marchio di fabbrica: una filosofia tascabile, pronta all’uso, che ambisce all’universale ma rifugge sistematicamente la complessità. Il problema è che la tv, più ancora della pagina, non perdona la leggerezza quando si traveste da profondità.

L’ambientazione sulla Torre del Parco è il primo indizio di questa ambizione irrisolta. L’idea di salire a 110 metri per «guardare le cose dall’alto» è una metafora tanto esplicita da risultare scolastica.

Quando Volo si trova davanti interlocutori come Umberto Galimberti o Beppe Fiorello, il confronto si appiattisce su un terreno emotivo e condivisibile, ma raramente incisivo. Il rischio costante del conduttore è quello di trasformare l’intervistato in una versione di sé stesso. Le domande vertono spesso su temi universali e astratti (la felicità, l’amore, la paura, il lavoro) trattati però con un approccio che evita il rigore intellettuale a favore del sentire

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