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Guerra in Medio Oriente, il vero impatto per le imprese? La frenata degli investimenti

di Alessandra Puato

Colpiti chip, acciaio, chimica, farmaceutica. Ispi: «Competitività a rischio». Fabio Nocentini (Savino Del Bene): «Difficile decidere di aprire un’attività se il flusso di merci si riduce». Veronica Squinzi, Mapei: «Noi non ci fermiamo»

Chiude, riapre, richiude. La fisarmonica dello Stretto di Hormuz rischia di avere un impatto sulle aziende italiane che va oltre il prezzo dell’energia. Favorisce infatti l’incertezza, la frenata degli investimenti. Gli imprenditori cominciano a dirlo a mezza voce, gli analisti lo confermano.
«La volatilità dei prezzi del gas naturale sul mercato di scambio ufficiale rimarrà sostenuta — dice Alberto Prina Cerai, ricercatore all’Osservatorio di geoeconomia Ispi — . Questo può avere un impatto strutturale sulla competitività delle aziende: sia per le energivore, visti i prezzi dell’elettricità già più alti che altrove, sia per effetti su altre commodity non energetiche. Potrebbero rallentare gli investimenti. Una soluzione? Contratti di fornitura energetica di lungo termine». «Il mercato in effetti sta rallentando — dice Fabio Nocentini, vicepresidente esecutivo della Savino Del Bene, che con 2,9 miliardi di fatturato nel 2025 è uno dei grandi gruppi del trasporto merci, il “re dei container” — . L’abbiamo visto anche con la guerra in Ucraina, queste situazioni generano incertezza. Difficile

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