
di Francesco Battistini
Budapest tra la voglia di Europa e i vincoli con Mosca. Tutti i passi necessari per smontare una «democratura»
È finito Orbán. L’orbanismo, chissà. Difficile minimizzare, magari negare: l’Országház non è Capitol Hill, il Parlamento di Budapest non è assaltabile come il Congresso americano e alla fine The Viktor deve accettare il risultato. Ma senza scatenare moti di piazza come il Trump sconfitto, da oggi l’autocrate può contare su un altro tipo di caos: dalle istituzioni, dalle accademie, dai media disegnati a sua immagine in 16 anni di democratura. E il nuovo governo dell’orbanista pentito Péter Magyar dovrà comunque vedersela con un veleno politico che è entrato sottopelle e non svanirà tanto presto. Anche l’Europa si trova per le mani un cubo di Rubik. Un Paese che 23 anni dopo torna nella casa comune e che in verità non se n’era mai andato, da quell’84% che nel 2003 disse «sì» all’adesione Ue: pure oggi, certifica un sondaggio, gli ungheresi non vogliono rinunciare a Bruxelles e il 77 per cento preferisce restare nell’Ue. Perfino gli elettori di Fidesz: al 45%, pensano che la nuova Ungheria dovrà avere un approccio «molto diverso» con l’Unione.
I numeri,




